
A me fanno male i peperoni.
Da che ho memoria, ogni volta che li mangio mi ritrovo con un bruciore di stomaco capace di rovinarmi la giornata. Mia madre, buonanima, adorava i peperoni. Li coltivava nell’orto e, quando non era stagione, li aveva sempre pronti nel freezer, puliti e surgelati. Me li preparava spesso, convinta di farmi un favore: “Li ho spellati, tolta tutta la pelle, è quella che ti fa male! Con l’olio buono, sentirai che buoni, e non ti faranno niente!”. Io, per farla contenta, ne assaggiavo un po’. E puntualmente, dopo pochi minuti, il bruciore arrivava, preciso come un orologio.
Ricordo un pranzo in famiglia in cui mio nipote, al mio ennesimo rifiuto dei peperoni, mi chiese: “Ma zia, tu che sei nutrizionista, non ti sei mai domandata perché ti fanno male?”.
No. Non mi interessa. Perché, anche se scoprissi la ragione, la realtà non cambierebbe: io i peperoni non li posso mangiare. Punto. Non serve sapere se è colpa di una molecola particolare o di un qualche meccanismo fisiologico. Il mio corpo mi dà un segnale chiaro, e io lo ascolto.
Questa esperienza semplice, quasi banale, racchiude un concetto che oggi sembra dimenticato: l’esperienza personale è già una forma di conoscenza. Una volta ci si regolava così. Se un cibo ti faceva male, lo evitavi. Senza analisi, senza dibattiti infiniti, senza chiedere a un nutrizionista la validazione scientifica per quello che il tuo stomaco ti stava già dicendo.
Il riso del collega (e la sfiducia del pubblico)
Qualche giorno fa, un collega nutrizionista ha pubblicato un reel su YouTube: “Ecco perché io non mangio il riso e non lo mangerò mai”.
Elencava motivi noti e veri: ricco di amido, alto indice glicemico, picchi insulinici… e persino la presenza di arsenico.
Tutto corretto, intendiamoci. Il riso non è un alimento di cui possiamo abusare. Ma il problema non è il contenuto del messaggio: è il contesto.
I commenti sotto al video erano pieni di perplessità e sfiducia.
“Ma come? Un altro nutrizionista dice invece che il riso fa bene, basta mangiarlo integrale…”
“E in Giappone vivono di riso e sono longevi, allora?”
“Sì, c’è arsenico nel riso, ma ho visto che c’è anche in molti altri alimenti… allora non mangiamo più niente?”
Il punto è che non puoi spiegare un argomento complesso come l’impatto del riso sulla salute in un reel di un minuto e mezzo. Non c’è spazio per dire che dipende dalla quantità, dalla frequenza, da come è cucinato, dal contesto alimentare in cui lo inserisci. E così, inevitabilmente, il messaggio si riduce a un “sì” o “no”, alimentando proprio quella mentalità che ci sta facendo più male del riso stesso.
La dittatura dei cibi sì e cibi no
Viviamo immersi in una cultura alimentare frammentata, fatta di liste mentali: questo si può, questo no, questo solo ogni tanto. È diventata quasi una matematica alimentare: un algoritmo per costruire la dieta “perfetta”.
Solo che il corpo umano non è un algoritmo.
L’alimentazione, fino a pochissimo tempo fa, era un fenomeno naturale, istintivo. Ci si nutriva di ciò che la natura offriva, nelle stagioni giuste, nei luoghi giusti. Ogni popolazione era adattata ai cibi del proprio territorio. E all’interno di questo schema generale, ciascuno si adattava a sé stesso: chi non digeriva un alimento lo evitava, chi non lo amava lo lasciava nel piatto. Fine.
Oggi, invece, sembra che serva un permesso scritto per ogni morso. Siamo sicuri che sia una cosa giusta?
Si è perso il senso della visione d’insieme: capire come funziona il cibo nel nostro corpo, piuttosto che concentrarsi ossessivamente sul dettaglio dell’arsenico nel riso o della pelle del peperone.
Non è (solo) questione di nutrienti
Certo, esistono cibi che hanno criticità oggettive per tutti, non solo personali. Ma anche qui, non è questione di demonizzare.
Un alimento non è “buono” o “cattivo” in assoluto: dipende da quanto, come e quando lo mangi. Il lardo, per esempio, non è veleno puro, ma nemmeno un cibo da colazione-pranzo-cena. Il problema non è il singolo alimento, è la frequenza e il contesto.
Il compito del nutrizionista, oggi, non dovrebbe essere dare liste di cibi sì/cibi no, ma di aiutare le persone a leggere il proprio piatto con una mappa mentale chiara, in grado di orientare scelte sensate e sostenibili. Non si tratta di ricordare a memoria ogni singola molecola, ma di ragionare per categorie e principi generali.
Perché sono una nutrizionista ribelle
Mi definisco così perché mi ribello a un’idea di alimentazione che genera ansia, confusione e sfiducia.
Non voglio essere la professionista che aggiunge un altro tassello alla giungla dei divieti, ma quella che aiuta le persone a riappropriarsi del cibo con serenità.
Il mio obiettivo è creare una vera cultura alimentare: insegnare a osservare il cibo dall’alto, a capire l’effetto che ha sul nostro corpo, a tornare a nutrirsi senza paranoie.
La mia “mini università dell’alimentazione”
Immagino un percorso, online e dal vivo, per chi vuole davvero capire cosa vuol dire nutrirsi oggi. Una sorta di “mini laurea” per non addetti ai lavori, fatta di incontri, corsi, discussioni.
Non per imparare a memoria le tabelle nutrizionali, ma per tornare a un rapporto sano e naturale con il cibo.
Un luogo – reale e virtuale – dove liberarsi dal peso delle mode alimentari e scoprire come mangiare bene senza stress, senza estremismi, senza liste di proibizioni. E’ il mio sogno nel cassetto e presto proverò a realizzarlo.
Perché il cibo non è un quiz a risposta multipla.
È parte della nostra vita, della nostra cultura, del nostro benessere.
E il mio lavoro, quello della nutrizionista ribelle, è aiutarti a ricordarlo.
